Quasi dieci italiani su cento hanno rinunciato a una visita o a un esame medico nell’ultimo anno. Non per scelta, ma perché troppo costosi o perché le liste d’attesa li rendevano di fatto irraggiungibili. Parliamo di 5,8 milioni di persone. Un dato drammatico della sanità, in crescita costante: 7,5% nel 2023, 6,3% nel 2019. La direzione è chiara, e non è quella di un Paese che si prende cura dei propri cittadini.
Le cause sono note e non sorprendono più nessuno. Da un lato, i tempi biblici per accedere al servizio pubblico: il 6,8% ha dovuto abbandonare le cure proprio per l’impossibilità di attendere mesi, se non anni. Dall’altro, la barriera economica: 3,2 milioni di italiani semplicemente non possono permettersi di curarsi. La sanità, da diritto universale, sta scivolando lentamente verso il privilegio. E a pagare il prezzo più alto sono le donne, che rinunciano alle cure nell’11,4% dei casi, con punte preoccupanti tra i 25 e i 34 anni.
Eppure, di fronte a questa emergenza, la narrazione politica è diametralmente opposta. La premier Meloni rivendica “stanziamenti record”, con il Fondo sanitario nazionale a 136,5 miliardi nel 2025. Ma basta grattare la superficie per capire che è un’illusione: rapportata al PIL e depurata dall’inflazione, la spesa sanitaria pubblica italiana tocca oggi il livello più basso degli ultimi quindici anni. Altro che record: è un arretramento storico.
Il punto è che la salute non può diventare un lusso. Non in un Paese in cui quasi un quarto della popolazione ha più di 65 anni e dove la domanda di cure e assistenza è destinata a crescere inesorabilmente. Difendere un servizio sanitario nazionale universale ed efficiente non è solo un dovere politico, ma un imperativo morale e civile.
Ecco perché i numeri diffusi dall’ISTAT non sono soltanto statistiche, ma un campanello d’allarme che svela l’ipocrisia della propaganda. Si continua a raccontare un’Italia che “investe nella sanità”, mentre milioni di cittadini rinunciano alle cure. È il divario tra le parole e la realtà, tra gli annunci e la vita concreta delle persone.
La domanda, a questo punto, è semplice: quanto ancora i cittadini accetteranno che la loro salute venga trattata come un capitolo di bilancio, anziché come un diritto inalienabile?