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Rinuncia alle cure sanitarie, il nuovo volto delle disuguaglianze

La rinuncia alle cure sanitarie è ormai il simbolo più evidente della crisi del nostro sistema pubblico. Non si tratta più di casi isolati, ma di un fenomeno sociale che cresce di anno in anno, travolgendo famiglie, lavoratori e anziani. Il dato pubblicato da la Repubblica e tratto dal rapporto Gimbe non è solo un campanello d’allarme: è la fotografia di un sistema sanitario che ha smesso di essere universale. Oltre 400mila cittadini in Emilia-Romagna – una delle regioni considerate “eccellenza” – hanno rinunciato a curarsi nel 2024. Tempi d’attesa infiniti, costi inaccessibili, ticket crescenti e una sanità privata sempre più aggressiva stanno spingendo migliaia di famiglie fuori dal perimetro dei diritti fondamentali.

Tempi d’attesa infiniti e personale al limite: il collasso del sistema

Non si tratta più di emergenze isolate o di criticità post-pandemiche: siamo di fronte a un collasso strutturale della sanità pubblica. Gli ospedali sono al collasso, i pronto soccorso sono diventati anticamere di disperazione, e la medicina territoriale continua a esistere solo nelle dichiarazioni di principio. Se in Emilia-Romagna quasi un cittadino su cinque ha dovuto rinunciare a una o più prestazioni, cosa accade nelle regioni del Sud, dove i servizi sono già ridotti all’osso?

Una sanità pubblica che esclude

La verità è che la politica nazionale continua a ignorare il nodo centrale: la sanità pubblica non può essere sostenuta con logiche di bilancio ragionieristico, né affidata a piani straordinari che tamponano ma non riformano. Mancano medici, infermieri, operatori sociosanitari; mancano investimenti strutturali e soprattutto manca una visione. Il personale sanitario, stremato da anni di tagli e precarietà, continua a garantire il servizio con sacrifici personali inaccettabili, mentre la retorica della “meritocrazia” copre le falle di un sistema in cui chi ha risorse si cura, e chi non ne ha rinuncia.

La rinuncia alle cure come nuovo indicatore sociale

Serve una politica sanitaria nuova, fondata sul lavoro stabile, sulla programmazione seria del fabbisogno e su una reale equità di accesso. Serve un governo che torni a considerare la salute come bene comune e non come costo da contenere. Continuare a ignorare questi dati significa accettare che la sanità italiana diventi sempre più selettiva, diseguale e disumana. È tempo di cambiare rotta: non servono più convegni o tavoli tecnici, ma decisioni coraggiose. I cittadini che oggi rinunciano a curarsi non sono numeri: sono il fallimento collettivo di una Repubblica che ha dimenticato la promessa del suo stesso articolo 32.

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