Il tema del riconoscimento del lavoro usurante sanità torna al centro del dibattito, e lo fa con una richiesta chiara: estendere tutele e benefici previdenziali a tutte le figure che operano nel Servizio Sanitario Nazionale. A rilanciare la questione è Gianluca Giuliano, Segretario Nazionale della UGL Salute, che richiama l’urgenza di un intervento normativo capace di colmare una disparità ormai evidente. Il punto non è solo tecnico o contrattuale. È, prima di tutto, una questione di coerenza con la realtà del lavoro sanitario.
Un sistema che si regge sul sacrificio
Il Servizio Sanitario Nazionale continua a funzionare grazie al contributo quotidiano di migliaia di professionisti che operano in condizioni sempre più complesse. Turni prolungati, reperibilità costante, esposizione a rischi ambientali e carichi di responsabilità elevati non sono più eccezioni, ma elementi strutturali del lavoro sanitario.
In questo contesto, il mancato riconoscimento del carattere usurante di queste attività rappresenta una contraddizione evidente. Si chiede sempre di più, ma si continua a riconoscere troppo poco.
Superare le differenze tra professioni
La richiesta avanzata è netta: non possono esistere professioni sanitarie di serie B. Medici, infermieri, tecnici, operatori sanitari condividono oggi un livello di esposizione al rischio e di pressione lavorativa che non consente più distinzioni sul piano delle tutele previdenziali. Limitare il riconoscimento del lavoro usurante a singole categorie significherebbe non leggere fino in fondo la trasformazione che ha investito il sistema sanitario negli ultimi anni.
Attrattività e fuga dal sistema
Il tema previdenziale si lega direttamente a quello, ormai centrale, della attrattività delle professioni sanitarie.
Non è sufficiente aumentare i posti nelle università o incentivare l’accesso ai percorsi formativi. Senza un miglioramento concreto delle condizioni di lavoro e delle prospettive di carriera, il sistema continuerà a perdere professionisti.
Il rischio è già visibile: sempre più operatori scelgono di lasciare il SSN o di cercare condizioni migliori all’estero. In questo scenario, il riconoscimento del lavoro usurante non è una misura accessoria, ma uno strumento per trattenere competenze e garantire continuità ai servizi.
Una richiesta di coerenza, non una rivendicazione
Il punto sollevato non ha natura corporativa. Riguarda la tenuta complessiva del sistema sanitario.
Trattare allo stesso modo, ai fini pensionistici, chi svolge mansioni amministrative e chi affronta quotidianamente turni notturni, emergenze e responsabilità cliniche dirette significa ignorare la realtà del lavoro sanitario.
Serve un intervento chiaro: l’inserimento delle professioni sanitarie tra i lavori usuranti o, in alternativa, l’introduzione di meccanismi che riconoscano concretamente il logorio fisico e professionale accumulato nel tempo.
Il rischio è strutturale
Senza un riconoscimento reale, previdenziale ed economico, il Servizio Sanitario Nazionale continuerà a reggersi su un equilibrio fragile.
La carenza di personale non è più un’emergenza temporanea, ma una condizione strutturale che rischia di compromettere la qualità dell’assistenza. Affrontare il tema del lavoro usurante significa intervenire su uno dei nodi più profondi della crisi sanitaria: il valore del lavoro. Il riconoscimento del lavoro usurante per tutte le professioni sanitarie non è una misura simbolica, ma una scelta necessaria.
Senza un intervento in questa direzione, ogni tentativo di rafforzare il sistema rischia di rimanere incompleto.
Restituire dignità previdenziale a chi lavora nella sanità significa, oggi, difendere la tenuta stessa del Servizio Sanitario Nazionale.